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Bruno Peretti di Giovanni Tarello

 

  Bruno Peretti   Aveva i denti radi e le rughe frequenti. Gli occhi vivi ma spaesati. Velati di tristezza. Dimostrava più dei cinquantacinque anni denunciati all’anagrafe. Indice e medio macchiati dalla nicotina.

 Le mani nodose, storpiate dal lavoro, sporcate dalla calce, stancate dal badile e dalla cazzuola. Differenti da quelle che possiamo immaginare essere state di un valido ciclista. Visse in modo modesto, troppo discreto, umile, anche dimesso. Muratore per vocazione. Solo nella sua semplice casa di Magnano, borgo di poche anime disteso sulle pendici della Serra, spartiacque morenico naturale tra biellese e canavese. Il volto però era quello del ciclista, antico, segnato, il naso pronunciato, la fronte perennemente aggrottata, al punto di somigliare ancora quella dei vent’anni, quando rannicchiato in sella torceva il collo per permettere agli occhi di scrutare l’orizzonte.

            In un freddo pomeriggio invernale Bruno Peretti mi confessò sottovoce che la bicicletta da corsa l’aveva abbandonata a 25 anni e non la toccò più, non che il mondo del ciclismo l’avesse deluso, o meglio illuso, no, solo che senza pensarci pronunciò un arrivederci che presto si trasformò in addio. Personaggio splendido, indimenticabile. Pareva fuggito da una tela naif, meraviglioso nelle sua sfaccettature spigolose, dure, anche brutte. Commovente quando osservavo i suoi occhi diventare lucidi al ricordo di stagioni bellissime. Quando spopolò tra i dilettanti con la maglietta rossonera dell’Ucab di Biella, società sportiva che lo lanciò e alla quale mi confessò eterna gratitudine. Poi Eberardo Pavesi, l’avocatt, lo convinse a passare nella sua Legnano. Doveva solo frenare l’ardore, mordere il freno, ragionare, tenere a bada la voglia di strafare, la sua potenza lo avrebbe potuto portare lontano. Era forte sul passo, discreto arrampicatore, e poteva vantare una “sparata” eccellente. Insomma le qualità tecniche non mancavano, solo lo spirito troppo battagliero avrebbe potuto limitarlo.

            Si cucì dunque il dorsale di gara negli anni di Anquetil e Adorni, di Balmamion, Zilioli, Motta, Gimondi e molti altri campioni degli anni sessanta. Si dimenò impavido alla ricerca della gloria. Mai ascoltò gli inviti alla tranquillità urlati da Pavesi. Il suo spirito libero gl’imponeva la trasgressione agli ordini. Non era segno di scarsa intelligenza e neppure di anarchia tattica, solo che la sua natura lo allontanava dai tatticismi. Bruno cercava sempre la libertà, senza secondi fini, privo d’invidie, lontanissimo dal voler correre di testa sua contro i doveri di squadra. Era nato puledro indomito e indomabile. Visse in quel modo. Mi ricordò due gare su tutte, svelando nell’occasione un grammo di egocentrismo che stonava con il suo personaggio. Un Giro dei Quattro Cantoni, in Svizzera nel 1964, quando attaccò dopo dieci chilometri di gara e lo raggiunsero al cartello dei meno cinque. Vinse l’olandese Jan Hugens, con Bitossi piazzato e Oldenburg terzo. Di quel giorno pochissimi ricordano l’impresa sfiorata da Peretti. Le fughe non fanno la storia, gli ordini d’arrivo si. Lo sottolineò quella sera Eberardo Pavesi. Quindi la Milano Sanremo 1965, quella partita dalla Certosa di Pavia, del litigio nel finale tra Adorni e Balmamion che permise a Den Hartog d’accodarsi e beffare per l’ennesima volta gli italiani. A Casteggio, trentunesimo chilometro, scattarono Peretti, Dancelli, Zanin, Macchi, Stevens e Scheuring. Primo attacco di giornata con Bruno in prima linea. Pochi chilometri e furono ripresi, ma il ragazzo della Legnano restò incollato alla nobiltà della gara. Bitossi pareva assatanato, Wolfshohl in giornata di grazia e Peretti guardingo e meno generoso del solito. Quel giorno, 19 marzo 1965, illuse di aver compreso il ciclismo dei grandi. Nell’ultimo segmento di corsa Wolfshohl, Balmamion, Adorni e Den Hartog fecero il diavolo a quattro ma il biondino biellese resse a meraviglia. Quarantesimo a meno di un minuto dal vincitore e la recita fu ottima. Peccato che la lezione fu dimenticata troppo in fretta.

            Le amnesie di Bruno Peretti sono poi diventate colpevolmente nostre, che lo abbiamo dimenticato. Lo rammentai nel pomeriggio di quindici anni fa, seduto al suo tavolo. Bruno si commosse e s’accollò le colpe, ammise di non aver fatto nulla per essere ricordato a dovere. Lo rammentava aggrottando la fronte e torcendo il collo, quasi a scrutare un traguardo che non arriverà mai più. Ignorò le partenze delle gare, dove in molti l’avrebbero voluto in qualità di grande ex. Rarissime volte partecipò ai numerosi convivi che si organizzavano allora in provincia. Oscurò il suo personaggio che morì trent’anni prima del protagonista.        

 

 

            Nacque a Magnano (Vercelli, ora Biella) il 18 novembre 1940

Morì a Magnano il 7 febbraio 2008.

Professionista dal 1964 al 1965. Nessuna vittoria.

Anno  Squadra

1964   Legnano

1965   Legnano

Risultati di Rilievo:

1964   9° Gran Premio di Camucia

1965   9° Trofeo Laigueglia

1965   9° Giro di Campania

1965   40° pari merito alla Milano Sanremo, con lo stesso tempo di Willy Vannitsen, 5°,

staccati di 55” da Arie Den Hartog (vincitore), Vittorio Adorni (secondo) e Franco

Balmamion (terzo) e a 51” da Wolfshohl (quarto) 

Partecipazioni al Giro d’Italia:

1964: 90°

1965: ritirato

Curiosando:

La Legnano di Peretti, 1964 e 1965, al Giro d’Italia:

1964: direttore sportivo Eberardo Pavesi: 61 Adami, 62 S.Boni, 63 Chiappano, 65 Cornale,  66 Daglia,  67 Durante,   68 Ferretti,  69 Marcoli,   70 Peretti

1965: direttore sportivo Eberardo Pavesi: 51 Arrigoni,  52 Bodrero,  53 S.Boni,  54 Bugini,  55 Cornale,  56 Daglia,  57 Ferretti,  58 Peretti,   59 Sambi,  60 Schiavon

 

 
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