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La Dreher di Murgia

di Marco Pastonesi

Una Dreher. Che, detta così, ha l’aria della birra, invece era una borraccia. La sua prima borraccia. La prima borraccia di Marcello Murgia è un po’ come il primo cent di Paperon de’ Paperoni. Il 1972, Giro d’Italia, a Genova. Marcello era un ragazzino e, racconta, tutte quelle due ruote, tutte quelle maglie a strisce, tutti quei cappellini messi un po’ diritti e un po’ al contrario, e forse anche tutti quei nasi affilati dalla fatica: un fascino pazzesco.

E per sentirsi un po’ così, di quel genere, di quella stirpe, di quel mondo, sentì il bisogno fisico di appropriarsi, impadronirsi, conquistare qualcosa. Portarsela a casa. Una borraccia. Dreher. La sua prima borraccia.

Adesso Murgia — cognome sardo, accento ancora genovese, casa-museo a San Martino in Rio, che galleggia fra Reggio Emilia e Modena, e una moglie straordinariamente comprensiva — ne ha quattromila, di borracce, forse di più. Solo di squadre professionistiche. Bianchi e Legnano, Salvarani e Molteni, Scic e Brooklyn, Fassa Bortolo e Cofidis, Filotex e Astana. Jolly Ceramica? C’è. Amore & Vita? C’è. Bic? C’è. C’è anche una Welter rossa del 1947: apparteneva ad Alfredo Martini, l’attuale supervisore delle nazionali italiane, quando vinse il Giro dell’Appennino. In cima alla Bocchetta rimase senza acqua, così la scambiò al volo — la sua borraccia vuota, che poi è questa qui, con una borraccia piena — allungatagli da uno spettatore.

Dalla Dreher in poi è cominciato il delirio. Ai rifornimenti, lungo la strada, anche nei fossi, nei campi, nei tombini. Il primo problema è stato a casa: papà Antimo lo guardava male, ma forse faceva finta, perché sotto sotto anche lui l’avrebbe fatto. Corridore, bel dilettante, aveva già firmato il contratto per passare professionista, nel 1958, nella San Pellegrino. Era Gino Bartali che scopriva e lanciava, nella San Pellegrino, i nuovi talenti. Poi, per amore della moglie, Antimo Murgia disse no-grazie, e addio-bicicletta. Ma una borraccia del papà, marchiata San Pellegrino, Marcello può esibirla, e con giusto orgoglio.
Adesso Murgia è conosciuto come Monsieur Bidon, come Mr Bottle, come Senor Botellin, come il signor Borraccia. Quattromila borracce, forse di più, poi un po’ di tutto: giornali e riviste, berretti e distintivi, lamette e biglie, statuine e figurine, foto e cartelli, libri e sacchette per i rifornimenti. Le raccoglie, le acquista, le scambia. Strada e mercatini. La sua fama — anche la sua fame — di borracce si è diffusa, e chi viene invitato a casa sua per mangiare crescentine al gorgonzola o alla nutella e bere Lambrusco, gli porta qualche ciclo-memorabilia. "La storia del ciclismo", dice Murgia, "è un po’ anche la mia".

 
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