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Romeo Venturelli di Marco Pastonesi

Quella volta che Meo, alla partenza, si scopre senza pantaloncini e fa aprire un negozio. Quella volta che Meo, alla partenza, si scopre senza bicicletta, ne chiede una in prestito ma nessuno gliela dà perché tutti hanno paura che poi vinca lui.

 

  Quella volta che Meo, alla partenza, si scopre senza scarpe, corre in mocassini, va in fuga al chilometro zero ed è ripreso a poco dall’arrivo solo perché fora, non i mocassini, ma una gomma.

  Quella volta che Meo vuole rientrare su tre uomini in fuga, nessuno lo aiuta, neanche i suoi compagni, allora fa tutto da solo, ai fuggitivi scippa tre minuti in dieci chilometri, li raggiunge, si ferma, aspetta i compagni per chiedergli se hanno visto quello che ha fatto, e quando i compagni gli rispondono sì, lui gira la bici e se ne torna in albergo. Quella volta che Meo, in allenamento, si sfila Fausto Coppi dalla ruota. Quella volta che Meo, in allenamento, va a settanta all’ora in discesa mangiando un panino e Coppi dice: “Questo è un fenomeno”. Quella volta che Meo, in macchina con Gino Bartali, improvvisamente si ricorda di aver messo due bombe a mano - roba del servizio militare - nel baule, allora accosta la macchina, apre il baule, estrae le due bombe a mano, le lancia in un campo, rientra in macchina e a Bartali, esterrefatto, annuncia: “Ecco fatto”. Quella volta che per un milione di lire Meo promette a Roberto Poggiali di tirargli una volata, ma tira così forte che stacca Poggiali e vince, poi gli spiega che ha fatto così perché la voglia di vincere era più forte della voglia di soldi. Quella volta che Meo conquista la maglia rosa mentre Jacques Anquetil è già sul podio che se la sta infilando. Quella volta che Meo, conquistata la maglia rosa, chissà che cosa combina – c’è chi dice ostriche e champagne, c’è chi dice una fuga a casa per festeggiare, c’è chi dice una notte in bianco ma parecchio abitata – e il giorno dopo è uno straccio e la prima cosa che fa è perdere la maglia rosa. Quella volta che Meo abbandona il Giro d’Italia il primo giorno, i suoi gregari si disperano, qualcuno tenta di convincerlo con le buone, qualcuno con le cattive, lui entra in un bar e non ne esce più. Quella volta che in albergo Meo viene beccato in flagrante dalla moglie, negare – come ha sempre fatto – stavolta è impossibile, allora si difende sostenendo che lo fa per il bene dell’albergo, perché le clienti, se si trovano bene, poi tornano. Quella volta che Meo va in fuga, non con una, ma con due miss, perché erano molto amiche, il giorno dopo viene scoperto a Roma, in un alberghetto vicino alla Stazione Termini, ma ormai la corsa è andata. Quella volta che Meo…

Meo, candido e istintivo, era il nuovo Coppi, se solo avesse avuto un po’ di testa. Invece donne e motori, amici e, quando se ne ricordava, bici. Eppure batteva Rik Van Looy in volata, Anquetil a crono, Charly Gaul in salita. Meo andava, Meo esagerava, Meo volava. Meo viveva. Alla sua maniera. Custode di pecore, poi professionista ancora da dilettante, professionista poco professionale ma molto dilettante nel senso dei piaceri. Non aveva rimpianti, non faceva prigionieri. Provava, sperimentava, insomma: viveva. Il finale della storia è stato in salita. Ma fino all’ultimo Meo ha avuto i suoi gregari, un po’ ancora quelli della strada, un po’ sempre quelli di Pavullo, ad allungargli borracce di resistenza e anche di poesia. Finché Meo è volato via, all’Ospedale della sua Pavullo: mesotelioma - un tumore che lo ha colpito alla pleura - da amianto. Aveva 72 anni.

Meo deve avere apprezzato anche l’estremo istante del suo romanzo popolare. Perché dalla camera mortuaria alla chiesa, e poi dalla chiesa al cimitero, il viaggio l’ha fatto su una Maserati.

Marco Pastonesi

 
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