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GIANCARLO ASTRUA di Giovanni Tarello

Giancarlo Astrua

… e pensare che eri piccolo…

Era splendida la sera di Genova. Dolce e tiepida. Spazzata da una lieve brezza. Si poteva guardare la Lanterna. Contare le stelle. Ascoltare le sirene delle navi che salpavano dal porto. Pareva fatta apposta per sognare.

 Ricordare il passato senza sentimentalismi e neppure troppa nostalgia. Correva l’anno 1958, il Giro dell’Appennino, vinto da Cleto Maule, era terminato da poche ore, e Giancarlo Astrua a trentuno anni archiviava mentalmente quindici stagioni di gare in bicicletta.

  Il soldato Astrua sceglieva il congedo volontario, dopo aver vinto una sfida impossibile. Si era ritagliato una carriera santificata alla causa della fatica, strappando con le unghie e con i denti vittorie, piazzamenti, consensi e denari. Ottimo scalatore. Eccellente sul passo. Bravissimo a cronometro. Addirittura abbastanza veloce. Completo, insomma, a dispetto di un fisico decisamente “normale”, ma con due gambe straordinarie: erano leve eccezionali, stantuffi di un formidabile locomotore. Tastò i muscoli ancora forti, integri, capaci di scolpire nuove imprese, ma ormai aveva deciso: poteva bastare. L’uomo forte coglie l’attimo, non chiude il libro ma volta pagina, senza scordare ciò che ha imparato. Scorsero nitide, chiare, le immagini della sua meravigliosa carriera. Non gli pareva vero di aver rivaleggiato con Bartali, Coppi, Magni, Fornara, Ockers, Bobet, Gaul, Kubler, Koblet, Scotte e altri ancora. Rivisitò i ritiri collegiali. Il caldo del Tour. Il sapore di una maglia rosa vestita sul Monte Titano, laddove batté Coppi in una indimenticabile cronometro da Rimini a San Marino. Si commosse al ricordo di una notte d’estate ad Aosta, riunione post Tour de France (1953), quando Louison Bobet, pardon Louisette Bonbon, consegnò i fiori del successo a sua madre, nascosta tra il pubblico, salita in Valle per applaudire il suo Giancarlo. Astrua sprofondò sereno su di una sedia di vimini, incrociò le mani dietro alla nuca. Socchiuse gli occhi e accese il film della sua carriera.

Iniziò a proiettare i fotogrammi di una famiglia come tante, il padre Toni e la madre Alice, che nel 1923 avevano tentato l’avventura in Francia, a Paris, abbandonando la terra d’origine, il biellese, per sfilarsi di dosso gli stenti piemontesi dell’agricoltura e dell’allevamento, al fine d’agognare il ventilato benessere francese della Belle Epoque. Purtroppo non era oro tutto ciò che luccicava e tornarono in patria, poveri come prima, nell’aprile 1927, giusto in tempo per far nascere (11 agosto, stesso giorno e mese di Alfredo Binda) a Graglia il loro primogenito. Giancarlo crebbe spensierato a pochi metri di distanza dalla casa di Ferdinando Buscaglione, che poi divenne noto come “Fred”, un ragazzo di sei anni più grande del nostro protagonista con delle idee che i compaesani dicevano balzane, ma che poi a ben vedere di bizzarro avevano molto, ma era un’estrosità unica, positiva, originale, leggendaria. Gli anni volavano e il ciclismo entrò in scena di prepotenza: Giancarlo voleva correre, provare. Anche lo zio Battista era stato un eccellente indipendente, e poi il padre, a Parigi, aveva assistito a numerosissime riunioni al Vel d’Hiv, la bicicletta e il suo meraviglioso mondo erano congeniti nei geni degli Astrua, ma… Papà Toni saliva su tutte le furie, sbatteva sonore manate sul tavolo all’accenno del figlio di voler correre. Era una pazzia. Uno su mille emergeva e bisognava lavorare per sbarcare il lunario, e la bici poteva solo diventare lo strumento di locomozione per raggiungere i campi. Quindi bando ai sogni e lavorare, nessun grillo per la testa, lavorare, lavorare e basta. Giancarlo sordo ai tentativi destabilizzanti si iscrisse, all’insaputa di tutti, al Campionato Biellese Studenti. Correva il mese di maggio 1943. Dopo due ore di pedalate terminò secondo alle spalle di Guglielmo Raviola di quattro anni più anziano. Si scoprì forte. E il quel modo anonimo staccò il biglietto di sola andata verso la celebrità. Sbranò strade e avversari tra gli allievi, in casacca Ucab. Divorò antagonisti dipinti imbattibili tra i dilettanti, con la candida flanella della Vigor di Torino a fasciargli il busto, e questa volta anche il padre dovette ricredersi e applaudire la classe cristallina di quel figlio ribelle, che aveva respirato la stessa aria frizzante e sediziosa di Fred Buscaglione.

Era fortissimo e a neppure ventuno anni autografò il primo contratto professionistico, tesserato dalla torinese Benotto. La fame atavica del ragazzo nato povero compì il prodigio. In pochissime lezioni imparò a memoria la recita che lo rese protagonista. Si fece rispettare da Coppi. Temere da Bartali. Ammirare da Bobet. Stimare da Kubler. Apprezzare da Koblet. Ricevette i complimenti da Magni., le pacche sulle spalle da Nencini, gli applausi infiniti di un pubblico che lo ammirava per la sua schiettezza, per il suo modo d’essere sempre uguale sia nelle vittorie che nelle sconfitte. Rivelò il suo talento ai cugini transalpini, i quali ignoravano che l’italien avrebbe potuto vedere la luce all’ombra della Torre Eiffel. Nel 1953 stupì alla Grande Boucle. Sfiorò la maglia gialla. Fu l’unico nelle prime tappe infuocate a contenere l’esuberanza di Koblet. Poi marcò stretto Bobet. Patì una debilitante bronchite. Sfiorò l’abbandono. Si riprese. Divenne pragmatico. Concreto. Concluse terzo, sul podio, e pensare che senza l’infiammazione alle vie respiratorie un paio di giorni leader e la piazza d’onore erano ampiamente alla sua portata. Peccato. Ma ho precorso i tempi. Astrua era già Astrua. Le sorprese non erano più sorprese. I piazzamenti avevano già lasciato il posto a roboanti successi. Già nel 1949 era salito sul ring e aveva sparato ganci e montanti da copertina in un Giro d’Italia leggendario. Due vassalli e un contadino salirono gli onori delle cronache; Coppi, Bartali e Astrua. Le prime diciannove tappe partorirono un esito sorprendente, con Adolfo Leoni maglia rosa. Quindi duecentocinquanta chilometri epici, da Cuneo a Pinerolo. Con Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestrière. Nessun mai dubitò sul fatto che Giancarlo fosse arcigno e forte, ma il quinto posto finale il quel Giro, con le spalle ammantate dalla maglia bianca, sebbene una sciagurata foratura nella frazione di Udine lo avesse penalizzato di un quarto d’ora, lo innalzava nell’empireo del ciclismo. Se il Tour lo consacrò a livello internazionale il Giro resta in cima ai suoi ricordi. Nel 1950 mandò al diavolo una classifica asfittica centrando a mani basse la tappa dell’Aquila. Nel 1951 ripudiò uno dei mille piazzamenti trionfando a San Marino, dimenticando una mattinata pudica e piena d’interrogativi per impallinare il Grande Airone. Fu la sua “chanson des gestes”. Pianse in vetta al Titano, accarezzando una meravigliosa maglia rosa. Aveva ragione a manifestare timori il vecchio Toni, ma il suo brutto e ribelle anatroccolo si specchiava cigno nel mare di Rimini. Nel 1952 consumò rivincite e si rivestì, per cinque tappe, con i colori della Gazzetta. Nel 1955 vinse di forza a Scanno, ma un frettoloso giudice d’arrivo gli revocò il trionfo per una veniale sbandata nello sprint risolutivo, ma già alcuni giorni prima aveva impallinato tutti sotto allo striscione di Genova.

Ho letto un’infinità di soddisfazioni, di emozioni, nei suoi occhi che restarono per 83 anni sempre giovani. Più vivi del solito quando il discorso cadeva sul nostro ciclismo. Sul suo passato. Su quello che è stato e che è restato immutato negli anni. Fu splendido scavare nei suoi ricordi. Assecondarlo. Esortarlo. Farmi raccontare, per poi un giorno ricordare. Stanare talismani, come un sontuoso Trofeo Baracchi dominato nel 1952 con il ventenne Nino Defilippis, che in quel pomeriggio d’autunno volle superare il compagno di fatica sotto allo striscione d’arrivo e che 58 anni dopo ha preferito anticipare il vecchio amico anche sul rettifilo della verità. Mi sorprese il ricordo di una tappa della Vuelta di Spagna, incastonata in una gara spesa alla causa di un capitano a sorpresa, Angelo Conterno (che vinse), ma che mai si rassegnò al ruolo oscuro e conquistò il traguardo di Bayonne. E poi l’incredibile successo al Giro di Romagna del 1953. Una giornata folle, dove rischiò di sprofondare sul Trebbio, il suo terreno. Dove perse le ruote dei migliori in pianura prima di rientrare derelitto. Masticò rabbia. Si sentì bolso. Eppure strinse i denti restando incollato ai più forti e giustiziando una ruota velocissima come quella di Rino Benedetti. Era destino, affermava sorridente. Come fu la sorte a costringerlo all’abbandono al Giro d’Italia di quella stagione. Come stava scritto che la dea bendata lo fermasse sul più bello al Giro di Svizzera preservandolo per l’esaltante Tour de France in precedenza rammentato e consegnargli una maglia azzurra da mostrare orgoglioso sull’anello di Lugano che divenne di Coppi. Intanto nella gara iridata trascorse un’ora abbondante in fuga con un giovanotto lussemburghese che non mollava mai: tale Charly Gaul. Giri. Tours. Mondiali. Classiche. I successi. Vinse il giusto per non diventare antipatico, ma a sufficienza per essere catalogato “Campione”. Tutto si dipana svelto ricordando imprese. Propositi. Attimi emozionanti da esplorare per comprendere la levatura di un personaggio che un giorno ispirò un titolo che emoziona ancora oggi: “Sul mondo brilla l’Astrua d’argento”, peccato non sia stato scritto da Fred Buscaglione. Bravissimo eterno bambino, e … pensare che eri piccolo, piccolo… così!

LA SCHEDA

Nacque a Graglia l’11 agosto 1927

Deceduto a Biella il 29 luglio 2010 (postumi di un incidente stradale avvenuto 40 giorni prima). Passista scalatore. Alto 1,70 chilogrammi 66-68. Professionista dal 1948 al 1958. 17 vittorie.

Anno Squadra

1948 Benotto e Vigor Torino

1949 Benotto

1950 Taurea

1951 Taurea, Allegro e Atala

1952-1958 Atala

Vittorie:

1949 Coppa Città di Busto Arsizio

1949 Circuito di Maggiora

1950 Tappa L’Aquila Giro d’Italia

1950 Circuito di Borgosesia

1950 Circuito di Crema

1951 Cronotappa Rimini San Marino del Giro d’Italia

1952 Tappa Toledo Giro di Castiglia

1952 Trofeo Baracchi cronometro a coppie con Nino Defilippis

1952 Tappa Enna Giro del Mediterraneo

1953 Giro di Romagna

1954 Gran Premio dell’Industria a Belmonte Piceno

1955 Tappa Genova Giro d’Italia

1956 Tappa Luchon Vuelta di Spagna

1957 Circuito di Ludun

Inoltre: Nel 1953 si aggiudicò il Circuito tipo pista (velocità) a Genova Cornigliano. Nel 1957 vinse la tipo pista di Savona e nel 1956 fu primo nel Criterium in linea e a coppie (con Padovan) a Calvisano. Vincitore del gran Premio della Montagna al Giro del Mediterraneo 1952

Presenze ai Mondiali su strada:

1953 a Lugano (1° Fausto Coppi) ritirato

 
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