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La Pavullo di Meo di M. Pastonesi

La Pavullo di Meo

Agosto 1955. La stagione è già mezzo andata. Tardi per le corse. Ma al bar si parla di corse, di ciclismo. Vecchia storia, a Pavullo. Al Giro d’Italia del 1928 ha partecipato anche Giuseppe Mazzini, non quello, lo statista, ma Giuseppe Mazzini detto Peppino, muratore di Verica, che è lì, verso il fondovalle Panaro. Peppino non ha squadra, è un isolato, ma ha il senso dell’avventura: corre le prime due tappe, la terza spedisce un telegramma, "mandatemi cento lire che torno a casa".

  Gliele mandano. E Peppino torna a casa. Al bar gli chiedono: e Binda? Peppino non dev’essere mai stato in testa, davanti. Infatti risponde: "Binda? Mi hanno detto che c’era".

Quel giorno, agosto 1955, al bar c’è Trento Montanini. Un’istituzione. E’ il direttore sportivo della Unione sportiva Pavullese. Dal 1946. Lo sarà fino al 1986. Il nonno Montanini è del 1854, doppio lavoro, venditore di cioccolato e materassaio, nessun conflitto di interessi. Il papà Montanini fa il calzolaio e gli piace il Lambrusco, come a tutti i calzolai e anche a tutti i barbieri. I figli Montanini sono otto, sette maschi e una femmina, il primo, del 1915, viene battezzato Trento, il secondo, del 1918, Trieste, e meno male che l’ispirazione liberale del papà finisce lì. Quel giorno, anche quel giorno, agosto 1955, al bar arriva Ciocco, chiamato così perché vende cioccolata. "C’è un ragazzo, magro, secco, spilungone". Meo. "Però ha un baraccone". La bici. Trento non nega una mano a nessuno, gli altri neanche. Mettono insieme due ruote e un telaio, a Meo regalano anche qualche consiglio, per allenarsi, e capiscono che lui, Meo, non ha capito, ma fa niente, è una questione di coscienza, e poi, prima o poi, capirà, e abita al Sasso, oltre Lama, parecchio fuoristrada. Gli dicono che può andare sulla strada di Montefiorino, fino al Mulino del Grillo, per fare agilità, chissà che cosa capisce, invece loro capiscono che ha voglia di correre. Ma sai andare? "Sì che so andare", giura Meo, "dal Sasso a Lama so andare anche con uno sulla canna". Però: è salita. "E non mi viene neanche il fiatone".

Giordano Giusti, che comincia a correre fra 1953 e 1954, categoria esordienti, e sarà ribattezzato il Sire, racconta di quando sta facendo il giro per Vignola tornando su dalla Casona, su una strada di ghiaia, e incontra questo ragazzone – è Meo – "su una Bianchi enorme, pesante, probabilmente comperata in pianura, con dei calzettoni neri di lana di pecora, che danno fastidio solo a vederli". Gli basta poco per inquadrarlo. "Perché non provi a correre?", chiede a Meo. "Perché non vogliono". "Chi?". "I miei". Giordano capisce: c’è da sistemare non un ragazzone, ma una famiglia. Si comincia subito con il ragazzone. Perché Venturelli, quando cade dalla bici, prima di tornare a casa stracciato e insanguinato, e prenderle di santa ragione, passa dai Giusti: la mamma di Giordano e Gabriele, infermiera, lo medica a regola d’arte.

 

(da "Meo volava", di Marco Pastonesi, Adelmo Iaccheri editore in Pavullo)


 
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