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Adriano Passuello di G. Tarello

Adriano Passuello,

poteva essere …

ma meglio così !!

 

 Servirebbe un cuore enorme e una penna raffinata per tracciare il   profilo di Adriano Passuello. Purtroppo non posseggo sensibilità e stilografica sufficienti per essere esaustivo e preciso al punto di confezionare un ritratto adeguato. Meriterebbe una enciclopedia per l’onestà e la modestia dimostrata, ma lo spazio non permette pletoriche divagazioni.

Vi prego, dunque, almeno una volta di credermi. In questa occasione inizierò dalla fine, ossia dal presente, da un sabato di metà luglio. Caldo il giusto. Gradevole in ogni senso.  Quando io e il mio carissimo amico e collega (prima firma di RCN) Fiorenzo Mangano ci siamo dati appuntamento a Mornago per rendere visita alla famiglia Passuello, al fine di ricordare gli anni di Adriano e provare a buttare giù alcune righe.

 L’idea era quella di fabbricare un’altra tessera da incollare nell’interminabile mosaico degli ex. Plancia e colla pronti e la sintonia dei ricordi fissata a ritroso di parecchi lustri. Poi tutto ciò che avremmo voluto dire è sparito, soffocato dall’ospitalità e dalla gentilezza dimostrata da Adriano e dalla signora Loredana, nella cornice holliwoodiana di una villa di straordinaria bellezza. Il clima d’immediata amicizia ci ha portati lontano dalle idee iniziali. Quindi in primo piano sono finiti il lavoro e gli affetti. La vita molto particolare di un ragazzino partito, con la famiglia, nel 1950 da Longa di Schiavon (Vicenza), un paese a un palmo da Breganze e Marostica, verso la Lombardia, Casale Litta, frazione San Pancrazio. Aveva meno di otto anni il nostro protagonista in quella primavera di sessantadue anni fa. Oggi quasi settanta, splendidamente portati. Venti abbondanti passati a pedalare prima per gioco e quindi per mestiere. Comunque è stato meglio disquisire circa i nostri lavori, le nostre professioni, i nostri affetti, figli, sei in tre, le nostre paure legate a un’economia che ci volta le spalle. Eppure Adriano ha 25 anni più del sottoscritto e lancia sul tavolo propositi e guarda lontanissimo, sebbene gli agi sudati gli permetterebbero di godersi la pensione. Splendido!!  

 

            Ho accennato alla casualità degli inizi, quasi fosse un gioco, una scommessa e mi permetto di raccontarvi come si avvicinò all’agonismo. Aveva quasi 17 anni ed era tornitore in una azienda di Albizzate. La bicicletta era un mezzo di trasporto e basta. Poi un giorno un amico di San Pancrazio, tale Besani, aspirante corridore, lo invitò ad accompagnarlo in un’avventura in apparenza impossibile per chi mai aveva pedalato sul serio: un giro delle Dolomiti in quattro tappe, senza preparazione specifica e anche privo di un attrezzo idoneo per affrontare un simile impegno, infatti inforcava un catorcio improponibile acquistato da Augusto Zanzi. Era estate, agosto 1959 e Adriano, molto allegramente, accettò l’avventura. Primo giorno da San Pancrazio a Bormio: un mal di gambe terribile. Secondo giorno: lo Stelvio prima di pernottare a Tirano, le gambe dolevano ancora ma Besani era conciato addirittura peggio. Terzo giorno: Costalunga, Pordoi e Falzarego. Besani rimase allibito dalla forza di Passuello. Era un corridore calzato e vestito: gran fisico, un metro e ottanta di muscoli, capacità polmonare e cardiaca incredibili. Il tutto ornato da forza e equilibrio. Lucidità, potenza e mille altre sfaccettature che non lasciavano dubbi: Adriano avrebbe dovuto correre. Dalla quattro giorni dolomitica, al tesseramento nel Velo Club Varese, del presidente Stocchetti, diretto in ammiraglia da Anselmo Morandi, il passo fu brevissimo. Vestiva la gloriosa maglietta del terzo gruppo sportivo della provincia, che si spartiva onori e glorie con il Velo Club Alfredo Binda e l’Edera di Masnago. Anni bellissimi, dove ogni sera nei bar si discuteva di ciclismo e corridori. Si ricordavano senza soluzione di continuità i campioni di quella terra, come Ganna e Binda. Dalla disquisizione dell’arte ciclistica dei succitati “fenomeni”, all’esaltazione delle gesta di molti ragazzi pronti a fare rivivere i fasti dei loro predecessori. Adriano Passuello di San Pancrazio di Casale Litta era uno degli argomenti più ricorrenti. Il primo atteso successo arrivò nel 1960, quand’era allievo, nella vicina Villadossola. Ogni gara una prova di forza, un’esibizione a effetto. I pochi bastiancontrario, pronti a nutrire qualche dubbio, furono tacciati d’incompetenza quando Adriano varcò i confini dilettantistici. Trentasei successi, quasi tutti per distacco e almeno un centinaio di piazzamenti tra i primi dieci. Ci riesce addirittura difficile enumerare e battezzare le vittorie. Lo stesso Adriano le ricorda a stento. Rammenta la soddisfazione di essersi aggiudicato, nel 1963, la Coppa Rapizzi Zeus a Varese, annientando Flaviano Vicentini. Poi un memorabile Giro della Valle d’Aosta, nel 1964, stagione nella quale fu probabile olimpico (Giochi che si disputarono a Tokio) e fece suo il Timone d’Oro. Quattordici affermazioni, lo promossero di diritto tra i professionisti, ovviamente con la casacca della Ignis. Si dimostrò subito all’altezza e meditò addirittura il colpaccio al Giro di Lombardia. Non era la bramosia balzana di un giovane troppo ambizioso. No, si sentiva a meraviglia. Digeriva benissimo sia il chilometraggio che le difficoltà altimetriche. Poi i grandi dovevano pur essere stanchi dopo una stagione tiratissima, mentre Adriano si sentiva freschissimo. Ma la dea bendata gli tese il primo tranello della carriera: febbre e addio sogni di gloria. Dominò un altro giovanissimo, Gianni Motta, con Preziosi piazzato, Hoevenaers terzo, Durante quarto, Zilioli quinto, sesto Dancelli e settimo il campione del mondo Janssen. Vale a dire: Passuello protagonista e tra i primissimi ci poteva stare benissimo tra un nugolo di riposati sbarbatelli di gran classe.

            L’inizio era stato ottimo, soddisfatto lo staff tecnico composto da Morandi, Proietti, Masi e Poblet. Conferma scontata. Fu così che partì, fiducioso, verso il 1965. L’Ignis però mutò: Baldini in ammiraglia e Passuello promosso tra i capitani, a bocce ferme possiamo affermare, troppo allo sbaraglio. L’obiettivo sarebbe stato il Giro e Adriano si preparò a puntino per la corsa Rosa, la gara che avrebbe dovuto consacrarlo. Sperava in una tappa e il piazzamento finale tra i primi dieci. Le possibilità e la fiducia c’erano. Mancò ancora una volta la fortuna. Mentre ultimava il riscaldamento della cronometro Catania Taormina si scontrò con un compagno di squadra, cadde e subì la frattura della clavicola. Perse la possibilità di centrare i propri obiettivi, ma in ospedale colpì nel segno: Loredana, che aveva conosciuto poco prima, rispose alle lettere spedite dal campione ferito, e spinta dal padre gli rese visita…. La condizione, malgrado il forzato stop, restò accettabile e verso la fine di agosto centrò un paio di ottimi piazzamenti (2° a Robbiano alle spalle di Motta e prima di Bodrero, e 3°  alla Coppa Placci, vincente Dancelli e piazzato Zilioli) tanto pesanti da meritare la convocazione in nazionale per i Mondiali di San Sebastiano.  Otto selezionati. Otto ragazzi in gamba. Almeno otto speranze:  Balma Mion, Cribiori, Dancelli, De Rosso, Mealli, Motta, Passuello e Zilioli. Fiorenzo Magni aveva scelto il meglio, considerando che Adorni e Gimondi, vincitori di Giro e Tour, erano fuori servizio e quel gruppo di giovani garantiva, almeno sulla carta, il buon esito della manifestazione. Purtroppo la gara divenne presto una polveriera: sfuggente e nervosa e i nostri caddero nella rete. Morale, uscirono Altig e Simpson, e l’inglese, a sorpresa bruciò il tedesco. Noi ci accontentammo dell’ottavo posto di Balma Mion, poi 12° Mealli, 16° Zilioli, 26° Cribiori, 27° Dancelli, 34° Passuello, 40° Motta e 41° De Rosso, tutti troppo lontani dalla nobiltà del mondiale.

            Il ragazzino viaggiava, la prima stagione intera era stata soddisfacente e per il 1966 accettò la proposta della Legnano diretta da Eberardo Pavesi e Umberto Mascheroni, e s’accasò con la compagine verde ramarro, al fianco di: Bodrero, Bugini, Casalini, Centomo, Macchi, Manza, Sambi, Schiavon, Vescovo e Vicentini. Sarebbe stato l’anno decisivo: o esplodeva e sarebbe diventato un leader di cartello, oppure si sarebbe adeguato a svolgere un ruolo dietro le quinte, in appoggio a uno o più capitani. La sua intelligenza tattica gli permetteva di ricoprire più ruoli e considerando che il mestiere del ciclista lo affascinava, avrebbe accettato anche di pedalare per fare vincere i compagni. In quell’annata però l’etichetta di capitano gli apparteneva e la spartiva con l’amico e conterraneo (almeno d’origine) Silvano Schiavon. Qualcosa però non girò per il verso giusto. Sempre vicino al colpaccio ma troppo spesso veniva rimbalzato. Terzo al Giro del Veneto alle spalle di Dancelli e del compagno di colori Vicentini, 3° al Giro dell’Appennino, preceduto ancora da Dancelli e da Zilioli. E ancora 4° al Laigueglia, 4° alla Tirreno Adriatico, 4° al Giro del Piemonte, 4° al Gran Premio Valsassina…. Ossia troppe volte con i primi e altrettanto spesso “alle spalle di…”. Passuello, la giovane speranza, stava trasformandosi nell’abitudinario del piazzamento. Quando la gara partoriva la fuga buona lui c’era sempre, ma al momento del dunque un’inezia girava per il verso sbagliato e Adriano doveva accontentarsi.

            Nel 1967 rivoltò pagina. La Molteni lo cercò e Adriano, scucendosi i gradi, scelse di diventare il luogotenente perfetto nello scacchiere di Giorgio Albani. Scudiero di Balma Mion, Altig e Motta. Pronto a sgommare per favorire le loro esigenze di gara, arrancando unitamente a Fezzardi, De Prà, Bodrero, Fornoni, Scandelli, Tosello e altri ottimi gregari. Da punta a mezzapunta, per giungere a centrocampista di regia, ossia il suo ruolo  era camaleontico  e la sua intelligenza ciclistica elevata all’ennesima potenza. Infatti chi nasce campione molto raramente possiede l’umiltà di retrocedere d’un passo e prestare servizio a un capitano. Quando meno la cerchi poi la vittoria giunge, arriva bella e meritata, non un circuito di scarso valore tecnico, ma in una gara vera, internazionale, appetita. Successe al nostro protagonista il 1° agosto 1967, in Svizzera, sulle pregiate strade del Giro del Ticino, ottima classica che in quella stagione  giunse, purtroppo, al capolinea. 194 chilometri, ondulati, traditori, maligni. Adriano non sentiva la catena ma avvertiva che un eccessivo attendismo lo avrebbe castigato. Doveva giocare d’anticipo, affondare il tackle prima che gli avversari avvertissero il pericolo. Poi il suo colpo di pedale avrebbe fatto il resto. Partì a 80 chilometri dall’arrivo, neppure il traguardo fosse posto al termine del rettifilo che stava percorrendo. Testa bassa e pedalare, pedalare, pedalare. Insistette. S’avvantaggiò. Resistette al ritorno dei cagnacci sguinzagliati al suo inseguimento. Fu un trionfo. Braccia alzate e sorridente. Un ritratto da prima pagina nel giorno degli italiani e vi prego di scorrere con attenzione l’ordine d’arrivo: 1° Adriano Passuello, 194 chilometri alla media di 40,075. Secondo Bitossi a 3’30”, poi Zandegù a 3’44”. Quindi Motta con lo stesso ritardo. 5° Johnny Schleck (padre di Franck e Andy), 6° Adorni, 7° Casalini, 8° Wolfshohl, 9° Bodrero, 10° Brand… niente male, che ne dite?

            Doveva diventare gregario per rompere il digiuno? Lascio spazio a ogni risposta, intanto ricordo che la sindrome del piazzamento non s’interruppe: 4° a Pieve di Soligo. 4° al Giro dell’Emilia, 5° alla Coppa Sabatini, 5° Coppa Agostoni e soprattutto 5° anche al Giro di Lombardia,  splendido protagonista nella classica delle foglie morte, quell’anno da Milano a Como. Vinse Franco Bitossi (tel chi!), piazzato Gimondi a 31” e con lo stesso ritardo altri tre protagonisti di giornata: Poulidor, Panizza e Passuello. 6° un certo Merckx a 51”. Posizione al traguardo che fece il paio con la stessa quinta moneta ottenuta alla Milano Sanremo 1966 (1° Merckx, 2° Durante, 3° Van Springel, 4° Dancelli ….) Doverosi ricordi di una lusinghiera carriera, sono vocaboli cari a un mio vecchio professore, abile a raccontare, senza annoiare, le avventure di personaggi che hanno segnato le epoche. Il ciclismo non è l’umanismo, dunque detergo il ricordo dell’insigne docente e riabbraccio il mio Passuello.

            Il flashback s’è essiccato e la reminescenza ci conduce a un nuovo cambio di squadra. Addio Molteni e questa volta il panno che copriva le spalle era diventato azzurro Filotex. Si sarebbe fermato due stagioni Adriano con il sodalizio toscano,diretto da Waldemaro Bartolozzi, accanto a Bitossi e Zilioli. Il tempo necessario per vincere il cronoprologo a squadre del Giro di Romandia e ribadire la confidenza con le alte sfere degli ordini d’arrivo: 3° al Matteotti, 4° alla Coppa Bernocchi, 10° al Campionato Italiano, 12° al Giro d’Italia e 24° nel suo primo Tour de France (1968). 3° alla Bernocchi, 11° al Giro d’Italia (1969). A proposito della Grande Boucle 1968 non posso tacere il malumore che Adriano ha confessato durante la nostra tavolata. Fu l’ultima edizione disputata per squadre nazionali e l’Italia schierava: Severino Andreoli, Franco Bitossi, Carlo Chiappano, Ugo Colombo, Mino Denti, Pietro Guerra, Adriano Passuello, Silvano Schiavon, Flaviano Vicentini e Italo Zilioli. Dopo il 5° posto nella cronometro a squadre di Vorst, Adriano e Schiavon iniziarono a fare capolino in classifica. Stava a meraviglia. Sopportava il caldo. S’infilava in fughe, correva vigile nella nobiltà di un plotone incarognito e pronto a fare saltare i nervi. 5° a Rouen e 6° nella generale a 44” da Genet. 3° a Pau nel giorno del fiammingo Daniel Van Rijckeghem e la classifica sorrideva: 3° a 3’26” da Georges Vandenberghe, mentre alla piazza d’onore s’era issato Schiavon. Ancora 8° ad Albi. Era la 15^ tappa. Una settimana alla conclusione. Ormai era chiaro che i due italiani avrebbero terminato il Tour al vertice. Magari il podio. Silvano e Adriano erano garanzie e avrebbero tenuto. Solo che l’equipe italiana si spezzò. Emerse una malsana invidia fratricida (Adriano non vuole, giustamente, confessare l’artefice del misfatto) che portò a un attacco durante il rifornimento da parte di un azzurro a scapito dei connazionali. Stavano pedalando verso Aurillac e a nulla servirono le urla in corsa e le accuse di tradimento dopo il traguardo. Erano entrambi franati a svantaggio di tutti. Rolf Wolfshohl in giallo, un giallo effimero però. Infatti successe l’incredibile: la sorprendente cronometro finale (da Melun a Parigi La Cipale) dove Janssen sfilò le insegne del primato al pronosticato Van Springel.

            Una carriera da fiatone, da raccontare e vivere. Da sviscerare, vivisezionare, disaminare. Servirebbe un libro anche se gli ultimi anni scorrono con meno picchi. Passuello divenne l’uomo di fiducia, prima alla Dreher, quindi alla Brooklyn, di Franco Cribiori e fu il domestico di una coltre spessissima di formidabili capitani: De Vlaeminck, Sercu, De Muynck eccetera. Ancora qualche piazzamento (3° a Camaiore 1970), tanti Giri, un Tour e ….

            Potrebbero trascorrere mille anni e mai dimenticherò che una mattina d’estate del 2012, unitamente al nostro comune amico Fiorenzo Mangano, siamo stati ospiti di una meravigliosa famiglia a Mornago. Abbiamo parlato anche di ciclismo, ma soprattutto ho conosciuto una bellissima coppia: Adriano e Loredana, con due figli: Andrea e Marco e una voglia infinita di vivere felice e lontana dai riflettori. Contento di sussurrarmi che un giorno avrebbe anche potuto… ma meglio ricordare il negozio di alimentari che ha gestito per il resto dei suoi anni, dei viaggi nottetempo ai mercati generali di Milano e che il suo ciclismo era sano, sanissimo. Mai una pratica illecita e vadano a quel paese eventuali successi, alla fine della fiera è stato meglio così.

 

La Scheda

Nato a Longa di Schiavon (Vicenza) il 3 novembre 1942

Passista scalatore. Alto 1,80 chilogrammi 67/68

Professionista dall’ottobre 1964 al 1977

2 vittorie individuali

1964    Ignis

1965    Ignis

1966    Legnano

1967    Molteni

1968    Filotex

1969    Filotex

1970    Dreher

1971    Dreher

1972    Dreher

1973    Brooklyn

1974    Brooklyn

1975    Brooklyn

1976    Brooklyn

1977    Brooklyn

            Vittorie:

1965    Tappa Giro di Catalogna, sommatoria dei tempi di due frazioni

1967    Giro del Ticino

Inoltre: 1968    Cronoprologo a squadre del Giro di Romandia

            Alcuni Piazzamenti di Rilievo:

1964    3° Coppa Agostoni

1965    2° Gran Premio di Robbiano

1965    3° Coppa Placci

1966    5° Milano Sanremo

1966    3° Giro del Piemonte

1966    3° Giro del Veneto

1966    3° Giro dell’Appennino

1966    4° Tirreno Adriatico Classifica Finale

1967    4° Giro dell’Emilia

1968    3° tappa Pau Tour de France

1968    3° Trofeo Matteotti

1968    4° Coppa Bernocchi

1969    3° Coppa Bernocchi

1970    3° Gran Premio di Camaiore

            Presenze in Nazionale:

1965, Campionato del Mondo a San Sebastiano. 36°

1968, Azzurro al Tour de France

            Piazzamenti al Giro d’Italia :

1967: 33°        1968: 16°        1969: 11°        1970: 32°        1971: 45°        1972: 64°        1973: 76°

1974: 89°        ritirato nel 1965, 1966

            Piazzamenti al Tour de France:

1968: 24°        1976: 78°

 

 

 

 

                 

 
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