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SANTE CAROLO di Flavio Scalcon

 

Sante Carolo

A volte per entrare nella storia non serve compiere gesta straordinarie : è sufficiente essere al posto giusto al momento giusto. Questo è accaduto a Sante Carolo , una persona come tanti di noi e che come la maggior parte di noi avrebbe trascorso una vita di assoluta normalità lasciando un caro ricordo solo tra le persone a lui più vicine, come di norma accade. 

 Sante era nato a Montecchio Precalcino in provincia di Vicenza il 8-2-1924,il ciclismo per lui è stato professione per pochi mesi ma passione per una vita .Si , perché se la sua apparizione nel mondo dei  grandi è durata il tempo di una meteora , l’amore per la bici si è protratto fino al giorno della sua morte avvenuta il 9-1-2004.Pochi mesi da professionista, dicono le cronache, dice la storia. Ed è vero. Ma tanto (poco) è bastato per fare entrare Sante nella storia del ciclismo italiano, di quello “eroico”, di quello che non è più possibile riproporre. Grande la squadra di cui ha fatto parte, la Wilier Triestina, grandi i nomi con i quali ha avuto la fortuna, l’onore e l’onere di correre, Fausto Coppi, Gino Bartali, Fiorenzo Magni, Alfredo Martini ( suo capitano al giro) e Giordano Cottur. Straordinario il contesto in cui si è trovato, in un certo senso , tra i protagonisti: il Giro del 1949 vissuto sull’epico duello tra Fausto Coppi e Gino Bartali in tempi in cui il ciclismo era il più appassionante degli sport. A volte basta poco per entrare nella leggenda. Quel “poco” è toccato in dote a Sante Carolo che si è ritrovato ad essere uno dei nomi noti di quell’epico Giro d’Italia. Protagonista all’incontrario: mentre Gino Bartali e Fausto Coppi si contendevano la maglia rosa, Sante Carolo “lottava” con Luigi Malabrocca per conquistare un trofeo, la maglia nera dell’ultimo arrivato, che sicuramente non portava soldi ma notorietà sì, e tanta. A quel Giro il ciclista di Montecchio Precalcino c’era arrivato in modo del tutto inaspettato: mancavano tre giorni alla partenza e di tutto poteva pensare Carolo, fuorchè di essere chiamato a partecipare al Giro d’Italia. Professionista da pochi mesi l’allora venticinquenne vicentino venne chiamato per sostituire un compagno ammalato. Giusto il tempo per raggiungere Palermo, e già era il momento di prendere il via. Sante è del tutto impreparato non avendo un adeguato allenamento. Del resto il suo passaggio ai professionisti data a soli due mesi prima e mai a avrebbe pensato di essere subito scaraventato in un’avventura come quella del Giro d’Italia che richiede una preparazione molto severa. Le prime tappe furono una vera sofferenza e Sante fu subito… ultimo. “Pel di carota” per via del colore dei capelli, in quelle prime tappe poteva tenere il ritmo del gruppo solo se questo non superava i 30 chilometri all’ora di andatura. Se il gruppo accelerava lui pedalava in solitaria,accompagnato dai suoi dolori dovuti ad una insufficiente preparazione. Qualcuno racconta che Carolo ha pedalato da solo per oltre 3.000 dei 4.o87 kilometri del Giro d’Italia del 1949. Prima perché non ce la faceva a tenere il ritmo degli altri, poi, quando la forma era finalmente arrivata, perché impegnato nel grande duello con Luigi Malabrocca. Con il senno del poi, l’improvvisa convocazione al Giro di un Sante Carolo impreparato divenne la sua fortuna. Sì perché, se si fosse presentato in piena forma, allora Sante sarebbe stato un gregario di lusso. Corridore potente, grandi dote di scalatore, notevole intelligenza, tutte doti che aveva dimostrato nelle categorie minori, è che le avrebbero permesso di navigare in un tranquillo centro classifica. Quando a sorpresa , fu annunciata dalla direzione del Giro l’istituzione della maglia nera, Sante Carolo poteva contare già su un “vantaggio”, pardon, un distacco, di oltre un’ora sul corridore che lo precedeva, Luigi  Malabrocca, che scatenò i giornalisti dell’epoca che si divertirono a raccontare e, forse , ad “arricchire” l’epica battaglia delle retrovie fino a fare di Carolo e Malabrocca due divi delle cronache di quel Giro, al pari dei due campioni, Bartali e Coppi. Effettivamente la lotta per arrivare ultimi richiedeva strategie e furbizie davvero straordinarie. Ed è qui che la cronaca si arricchisce di episodi che stanno a cavallo tra la realtà e la fantasia. Si scrisse di un continuo gioco a nascondino tra i due. I due, di solito, viaggiavano tenendosi a vista ma, di tanto in tanto, un allungo permetteva all’uno o all’altro di nascondersi e cercar di far passare l’altro. Case, siepi, strade laterali, tutto era utile a questo duello che si arricchiva (o veniva arricchito dalla fantasia dei cronisti) di episodi più o meno improbabili. Ecco quindi la leggenda che vuole Carolo vero ragioniere del pedale, viaggiare con due orologi (non si sa mai, magari uno può fermarsi), e fare costantemente i conti di tempi e distanze in modo da giungere ultimo, ma sempre entro il tempo massimo. Alla fine Sante Carolo sfilerà sull’anello del Vigorelli con la maglia nera ricevendo dal pubblico applausi calorosi quanto quelli tributati alla maglia rosa, Fausto Coppi, che lo ha preceduto con un vantaggio di 9 ore 57 minuti e 7 secondi. Si può dire che con questo Giro e questa maglia si sia anche conclusa l’avventura di Carolo professionista, con quel ciclomotore Mosquito, unico premio per la sua maglia nera, venduto per racimolare i soldi necessari per emigrare in Svizzera assieme al padre per cercar fortuna facendo il muratore.

 

 
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