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IL MONDIALE DI GAP di Fiorenzo Mangano

 

 MONDIALE 1972: Un colpo... basso!

di Mangano Fiorenzo

Quarant’anni fa, nell’agosto del 1972, i mondiali di ciclismo fecero tappa nella Savoia Francese, a Gap, una ridente cittadina a pochi kilometri dal confine Italiano. Una cittadina ai piedi di colli leggendari come Izoard, Vars, Galibier e Monginevro, che è stata spesso visitata dalle tappe del Tour de France.  Una località dove la gente sa cos’è il ciclismo, ne conosce la storia, le leggende e lo ama senza riserve.

 

In quell’assolata estate di Gap, il meeting mondiale della strada si tenne in solo due giornate: sabato 5 agosto corsa per le donne (vinse la francesina Geneviève Gambillon) e domenica 6 per i professionisti. Le prove dei dilettanti non furono infatti messe in programma per la concomitanza dei Giochi Olimpici di Monaco.

IL PERCORSO

Venne scelto un tortuoso circuito di Km 15,143 da ripetere 18 volte per un totale di Km 272,574. Un circuito battuto dal vento, impegnativo, con due salite  di 1900 (in località Embeyracs) e 400 mt con pendenze intorno al 7% . Il rettilineo d’arrivo di quasi un Km era in sensibile, anche se non proibitiva, ascesa. Una maratona nel caldo e nel vento in cui non si poteva barare, insomma  un percorso selettivo, una corsa per soli campioni.

IL PRONOSTICO

Il ciclismo di quegli anni, pur ricco di talenti, aveva un monarca assoluto o meglio un tiranno: Eddy Merckx. Un fenomeno che in quella stagione ‘72 aveva già centrato la doppietta Giro-Tour e come contorno Milano Sanremo, Freccia Vallone e Liegi-Bastogne-Liegi. In sede di pronostico, non vi era tecnico, giornalista o appassionato che non facesse il suo nome come grande favorito di quel mondiale tra le montagne della Savoia. E gli altri? Era opinione diffusa che gli avversari più temibili per il”cannibale” fossero proprio i sui connazionali Godefroot e De Vlaeminck, campioni dotati di fondo, molto veloci, che mal sopportavano la sua egemonia e che non erano disposti a sacrificarsi per lui. Buona considerazione avevano anche il transalpino Cyrille Guimard e, sopratutto per un piazzamento, il nostro regolarissimo e ferreo Felice Gimondi.

LA VIGILIA

Gli azzurri erano acquartierati a Embrun, un paesotto fra i vigneti della valle del fiume Durance, ad una quarantina di Km da Gap. Erano arrivati venerdì 4 agosto e avevano girato a lungo sul percorso. Il ct Mario Ricci aveva portato in terra di Francia come titolari Gimondi, Dancelli, Motta, Basso, Bitossi, Cavalcanti, Panizza, Boifava, Polidori, Francioni e come riserve Santambrogio e Simonetti. Nel nostro clan vi erano non pochi malumori su come il buon Ricci aveva composto la squadra. Gimondi non aveva preso bene l’esclusione del fedele Santambrogio e indicato come capitano aveva dichiarato: ”Non posso guidare una squadra in cui ci sono troppi corridori non disposti a sacrificarsi per gli altri“. Il riferimento alle numerose “punte” era piuttosto evidente. Bitossi dal canto suo stava vivendo un difficile momento. La Filotex dopo 10 anni gli aveva dato il benservito, comunicandogli  che non sarebbe più entrato nei programmi futuri. Lui non aveva fatto polemiche, non aveva sbattuto la porta ma dentro la cosa gli pesava parecchio. Ci teneva a fare un bel mondiale ed era andato a rifinire la sua incerta condizione scalando in solitudine il leggendario Col du Vars. Marino Basso aveva finito il Tour senza centrare una sola vittoria di tappa e finendo nell’occhio del ciclone della critica. Lui però sapeva di avere la ”gamba” buona, covava ambizioni, anche se la sua selezione tra gli azzurri aveva sollevato non poche perplessità in considerazione del fatto che per le sue caratteristiche non era adatto al lavoro di squadra.

Il saggio Ricci, da parte sua, ostentava ottimismo: “Vedrete, domenica i miei non deluderanno. Il faro della corsa sarà logicamente Merckx, ma se sapremo correre di squadra potremo dire un parola importante”. Per portare calma e dare stimolo, la federazione italiana promise in caso di vittoria di un azzurro un milione a testa, riserve comprese.

I Belgi erano in ritiro a Orcieres Merlette, una località sciistica a 1850 metri di altitudine. Anche qui le tensioni non mancarono. In conferenza stampa, Merckx aveva detto senza peli sulla lingua che di quella squadra lui si fidava solo sei “suoi Molteni” che erano Swerts, Huysmans e De Schoenmaecker. A chi lo aveva indicato come grande favorito aveva risposto: “Il mondiale in prova unica riserva sempre delle sorprese, tenere sotto controllo la corsa non sarà semplice anche perchè non dispongo di una squadra tutta votata alla mia causa.”

Poche notizie arrivavano dal clan Francese. Cyrille Guimard era la vera incognita del mondiale, dopo il ritiro dal Tour per un guaio al ginocchio aveva corso poco, anche se i ben informati dicevano che alla “Route Nivernoise”, corsa di 260 km, aveva pedalato piuttosto bene. Thevenet, Delisle e l’eterno amatissimo Poulidor erano gli altri nomi di spicco della nazionale di casa.

Gustose incognite erano poi i passisti Danesi Mortensen e Ritter che, unitamente a Svedesi e Lussemburghesi erano diretti dall’ammiraglia dal saggio  Alfredo Martini.

LA CORSA

Sole, tanto sole in quella mattinata d’agosto francese. Era terso il cielo di Gap, le montagne sembravano lì a portata di braccia, ogni tanto fastidiose folate di un vento bizzoso spazzavano il rettilineo che portava al traguardo. In 89 corridori con le maglie di 13 paesi firmarono il foglio di partenza. Alle 10 precise prese il via la grande avventura iridata. Al cenno del mossiere subito uno scatto dell’olandese Wagtmans, al quale imprevedibilmente si accodò addirittura sua altezza Eddy Merckx. I due, in pieno accordo, volarono quei primissimi Km a velocità folle. Il gruppo fu preso come da un brivido, da una scossa elettrica. Furono i francesi con Berland, Perin e Riotte a chiudere il “buco” dopo 7 km di caccia. Tornata la calma, la corsa sembrò sonnecchiare fino a quando, all’inizio del terzo giro, Thevenet prese il largo raggiunto subito da Tabak, Dierickx e Cavalcanti. Vantaggio massimo 30” e dopo 10 km avventura finita... Al quarto giro scattò il possente inglese Porter, iridato dell’insegumento, su di lui si portarono l’elvetico Spahn e il passista bresciano Davide Boifava. I tre in breve trovarono l’accordo e al passaggio davanti alle tribune il loro vantaggio sfiorava il minuto. Alla quinta tornata Porter non resse il ritmo dei due compagni e gettò la spugna mollando le loro ruote. Boifava e Spahn continuarono di buona lena, nel sesto e settimo giro, il loro vantaggio si stabilizzò intorno ai  2’ 30”su un gruppo di pigri e poco convinti inseguitori guidato dagli spagnoli. All’ottava ascesa della salita che porta a Embeyracs Spahn cedette di schianto e Boifava si trovò solo a guidare la corsa. Con stile perfetto, grande rapporto, sotto un sole divenuto implacabile, il biondo bresciano dette spettacolo. Gli applausi della gente di Gap furono tutti per lui sino al dodicesimo giro quando sotto la spinta di Huysmans e De Shoenmaecker (uomini di Merckx) il gruppo piombò su di lui agguantandolo dopo 125 km di coraggiosa fuga. La corsa divenne vivacissima, il gruppo era costantemente spezzato in più tronconi con continue schermaglie e tentativi di fuga. Ci provarono  senza successo di Delisle, Barras e Panizza marcati stretti da Swerts. Poi al tredicesimo giro, il transalpino  Danquillaume prese il largo in solitaria  ma breve avventura.  Alla quattordicesima tornata Guimard provò un allungo, Bitossi e De Vlaeminck furono i primi a rispondere. Poi alla spicciolata arrivarono Mortensen, Dancelli, Verbeeck, Zoetemelk, Panizza e Merckx, seguito come un’ombra da Marino Basso. La fuga è di quelle importanti, i dieci in sei km scavano un solco di 50” su quel che restava  del gruppo in cui era rimasto impantanato Gimondi. Al passaggio sotto lo striscione d’arrivo, il vantaggio dei battistrada era di 2’50” e si capì che il treno giusto per chi voleva vincere il mondiale se n’era andato. Gimondi tentò una generosa quanto tardiva reazione trascinandosi Danquillaume, Muddemann e il minuto spagnolo Domingo Perurena. Nel gruppo di testa, Merckx imprimeva brusche accelerazioni, gli azzurri a turno andavano sulla sua ruota evitando di collaborare. Era una tremenda partita a scacchi giocata sotto un sole africano. Eddy preso nella morsa italiana non sembrava però disposto ad arrendersi e si batteva come una belva ferita. Al diciasettesimo e penultimo giro, sul dislivello di Enbeyracs, il belga sferrò un terribile attacco. Bitossi fu il primo a tornare su di lui trascinandosi Zoetemelk. I tre non trovarono l’accordo e la campana dell’ultimo giro suonò per i dieci battistrada ancora insieme. A 1’29”, in netto recupero, passò uno scatenato Gimondi,  che trascinava i suoi tre compagni di inseguimento in una caccia bella, ma ormai senza speranza. Davanti intanto erano Guimard e Dancelli a provare l’allungo senza successo. Questo ennesimo cambio di ritmo trovò De Vlaeminck, Verbeeck e Panizza in affanno e costretti a mollare la presa. Erano rimasti in sette... Sette volti segnati dalla fatica, sette volti bruciati da quel crudele sole d’estate. A circa 4 Km dall’arrivo il boato dei 65000 spettatori salutò l’ennesimo attacco di Guimard. Sul falsopiano Bitossi tornò su di lui. Il tempo di un respiro e il toscano ripartì secco attraversando la strada.Guimard in debito di ossigeno non replicò e rimase lì aspettando rinforzi.    

Franco era solo e spingendo deciso un lungo rapporto scavò un solco di 200 metri tra se e i sei compagni di avventura. Quando imboccò il lungo retilineo d’arrivo, sfiorando le transenne del lato destro, sentì sulla faccia segnata dalla fatica il vento delle Alpi. Non ci fece caso, anzi gli sembrò una carezza gentile. Alzò la testa, la in fondo vide lo striscione d’arrivo e stranamente gli sembrò lontano, tanto lontano. Cosa gli stava succedendo? All’improvviso sentì la fatica arrivare e le gambe svuotarsi di energia. Si voltò e vide gli inseguitori vicini, troppo vicini. Smanettò sul cambio, cercando disperatamente un rapporto che lo portasse a quel traguardo, che ora gli sembrava un miraggio. Alle sue spalle gli inseguitori, sul lato sinistro del viale lo videro in difficoltà. Merckx il ”cannibale” lanciò la sua terribile progressione con Basso incollato alla ruota. A 150 metri dal traguardo, Bitossi provò ad alzarsi sui pedali ma, preda della fatica, commise un errore fatale: si portò a centro strada. Quel vento che prima aveva creduto amico lo tradì come un Giuda, lo investì in pieno, quasi lo fermò. Il traguardo era lì a portata di mano, quando sulla desta un’ombra azzurra lo passò a velocità doppia. Era l’ombra di Basso che, braccia al cielo, urlò alle Alpi francesi la sua gioia. Bitossi, quasi per inerzia, fu ancora secondo, davanti a Guimard, Merckx, Zoetemelk, Dancelli e Mortensen finiti nell’ordine. Pochi metri dopo lo striscione, lacrime di gioia e di amarezza si sfiorarono, quasi si toccarono. Marino Basso quasi incredulo urlò ancora piangendo la sua gioia a chi gli stava intorno. Alcuni metri più in là Bitossi, accasciato sul manubrio, singhiozzò in silenzio. Due maglie azzurre bagnate dal sudore della stessa fatica, ma due destini diversi in cima a quel rettilineo infinito di Gap, che portò Basso a sfiorare il cielo ma che per Bitossi fu come un Calvario.

Dopo 1’ e 30” arrivarono i primi inseguitori: De Vlaeminck precedette Danguillaume, Gimondi, Perurena, Verbeeck e Panizza. La setacciata fu terribile, spietata, chiusero alla spicciolata in 42. Ultimo fu quel Joaquim Agostinho, corridore di spessore e uomo sfortunato.

 
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