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Giancarlo Gentina di G. Tarello

 

Giancarlo Gentina: bello e modesto

 

       Le cartoline degli anni sessanta, ciclistiche naturalmente, posseggono un fascino unico, particolare. Rigorosamente in bianco e nero. Fotografie “pulite”, chiare. Atleti sobri, seri, o al massimo con un accenno di sorriso. Lucide, quasi plastificate. La pubblicità era la scritta sulla maglietta o al massimo un piedino e basta. Splendide.  Da conservare. Collezionare. Corridori mai sguaiati. Pettinati. Ordinati. Privi di vezzi, orpelli, occhiali puntati sulla fronte, solo raramente portavano il cappellino. Chioma ordinata e volto perfettamente rasato, s’intuiva il profumo di pino silvestre. Forse eccessive. Forse. O magari troppo ufficiali. Magari. Io cinquant’anni fa non ero ancora nato e sono contento che sia così, ma quel tempo avrei voluto viverlo, almeno oggi potrei vantare cento o mille scatti in più di quelli che ho, dove potrei osservare quei visi che suggeriscono mille cose e che si lasciano scrutare senza maschere di sorta.

 

             Quattro di quelle piccole meraviglie ritraggono un giovanotto bello, appariscente, che non sembrerebbe neppure un corridore: Giancarlo Gentina. San Pellegrino, Carpano, Cynar e Sanson le squadre. Maglie con i colori conosciuti ma da immaginare, infatti il bianconero di cui sopra lasciava spazio anche alla fantasia. Le succitate cartoline ci avvicinano a una carriera lontana, non preistorica ma che ormai in pochi possono ricordare in maniera vivida. Io di Gentina ho sentito parlare, raccontare. Un paio di volte ho avuto la sorte d’incontrarlo, senza entrare troppo nei dettagli, e oggi abbiamo deciso, sollecitati dall’amicone – collega Fiorenzo Mangano, di riferirne a riguardo, come Giancarlo preferisce: senza eccessi. Infatti il personaggio in questione non li gradisce, è troppo modesto, consapevole di essere stato un ottimo corridore, ma che aborrisce quel troppo che stroppia.  Figlio del Piemonte di confine, dove si parla e ragiona in lombardo: Parruzzaro, Pascé in dialetto locale, a un palmo da Arona, confinante con Invorio, Gattico e Oleggio Castello, con Borgomanero a sette chilometri. Wikipedia non mi offre di più e non accenna a Gentina, un vero peccato, pertanto abbiamo la sfortuna di proporvi poco, ma sono notizie di primissima mano. Crebbe brado tra le sue campagne, figlio di contadini: seminativi e allevamento, interpretato in soldoni grano, mais, segale e qualche bovino, convertito in soldini pochini ma sufficienti per sfamarsi. Giancarlo dimostrò presto di possedere il tarlo dello sport e della bicicletta. Si era lanciato sulle orme che lasciò Domenico Piemontesi e che ricalcarono Spirito Godio, Pasqualino Fornara, Germano Barale, Giuseppe Barale, Mamante Mora e Pippo Fallarini. Esordì da allievo con la casacca della Torchio di Grignasco, poi al secondo anno s’accasò al Bici Club Omegna. Aveva stoffa. Vinceva e si piazzava con regolarità.  Tecnicamente era un passista veloce ma sapeva difendersi alla grande anche in salita, dunque completo. Completo e interessante al punto che l’affermato Gruppo Sportivo Vallese, di Valle San Nicolao (Biella), un sodalizio che in quel tempo era tra i più titolati e organizzati in Italia, lo inserì nel proprio organico tra i dilettanti. Due anni e 18 vittorie! Sei nel primo (1958) e il doppio durante il secondo (1959): Giancarlo ne ricorda una su tutte: il Gran Premio Rapizzi Zeus a Varese, con il Brinzio a renderlo arduo. Gara bella e difficile, con un altimetria che, a ragione, la eleggeva “internazionale”. Batté Alcide Cerato e il compagno di colori Fiorenzo Rocchi. Quanto più grande è l’ostacolo, tanta più gloria nel superarlo, parole sante, e poi diventava un’etichetta docg (denominazione d’origine controllata garantita). Era giovanissimo ma pronto al gran salto. Senza orpelli aveva superato le insidie del dilettantismo, grazie all’intelligenza e a un fisico perfetto, alla tecnica e alla classe purissima che madre natura gli aveva donato. Giancarlo nacque per lo sport, per la bicicletta. Aveva grandi doti di recupero, era serio e scrupoloso, potente sul passo e anche veloce.  Si dedicava con regolarità ad allenamenti massacranti: il solito ritrovo, a Borgomanero, nei pressi della bottega di Spirito Godio, con altri giovani della zona e via a lunghe sgroppate: la Traversagna, picchiate su Grignasco, poi Borgosesia, l’Arola, e giù verso Gozzano. A volte il Mottarone, da Armeno oppure da Stresa. Il Lago Maggiore, qualche cavalcata in Svizzera, attraverso strade ancora poco battute, da guardare e ricordare. Un incanto. Si parlava di ciclismo e di calcio. Di pallone e di bici. Milan, Inter, Torino e Juventus. Giancarlo tifò Toro, poi dopo Superga divenne sostenitore della Fiorentina, in onore di Sergio Cervato, bandiera viola e della Nazionale negli anni cinquanta, che si era accasato con una giovane parruzzarese, quindi concittadino adottivo ma importantissimo.

 
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